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Carlo Vicentini – 12.12.1917-17.02.2017

Li hai cercati per tutta la vita in un’altra neve, in un altro freddo, in un altro ghiaccio. Hai chiesto ad ogni filo d’erba dove han dormito, ad ogni cristallo di neve dove erano sepolti, all’ombra del vento i loro nomi. Ti sei fatto voce, sogno, padre, e rivedi tutta la tua vita come un eterna speranza. Rinasceranno nei tuoi occhi e nel tuo ultimo sorriso.

Franco Cabrio

17 febbraio 2017

Ci siamo conosciuti dieci anni fa. Avevo mandato all’U.N.I.R.R. la copia di un articolo sulla geografia della Campagna di Russia, e tu mi hai telefonato. Dopo qualche momento di imbarazzo da parte mia, abbiamo cominciato a parlare e abbiamo concordato un incontro a casa tua. Ci siamo subito trovati a proprio agio, passare al tu è stato inevitabile, come si conviene tra alpini.

Avevamo tante cose da dirci, tu avevi piacere nel raccontare e io avevo un gran bisogno di imparare. Non è mai stata, però, una conversazione a senso unico; da parte tua c’era molta curiosità nel capire l’approccio che avevo scelto per la mia ricerca. Mi hai fornito una quantità spaventosa di materiale, concedendomi una fiducia della quale sono fiero e che mi sono sempre sforzato di meritare.

Ti piaceva stare in compagnia e andare a pranzo insieme; era un modo per godere reciprocamente della presenza dell’altro.

Sapevi “smanettare” al computer come mai mi era capitato di vedere in una persona della tua età. Certo, ogni tanto il tuo database perdeva qualche record e mi chiedevi di recuperarlo, ma non perdevi una battuta di quello che stavo facendo.

Siamo stati anche in trasferta insieme, a San Stino di Livenza. Ricordo il tuo cappello poggiato sul cruscotto a mo’ di frittella e tu che mi raccontavi le vicende che lo riportarono in Italia prima di te.

Non ti ho mai sentito lamentarti di quello che ti capitò in Russia, anzi, riuscivi a raccontare gli eventi con straordinaria precisione ma con un pizzico di ironia che ne stemperava la tragicità.

Non hai mai fatto distinzioni fra alpini e non; chi era stato in Russia meritava considerazione e rispetto. Ma non riuscivi a sopportare i racconti di chi, a tuo avviso, non era stato all’altezza del compito assegnatogli.

Parlavamo spesso di libri, ti raccontavo dei miei acquisti e ti piaceva farmi vedere i tuoi volumi, zeppi di note che aggiungevi di tuo pugno ogni volta che trovavi errori o imprecisioni. Era una cosa che ti mandava in bestia, non sopportavi che si potessero scrivere castronerie. Mi hai regalato i tuoi due libri che custodisco gelosamente, concedendomi due dediche che mi hanno inorgoglito.

Dopo qualche anno che ci frequentavamo, abbiamo cominciato a parlare anche di altre cose, lavoro, amici, famiglia, figli e nipoti. Di Russia forse ne avevamo parlato abbastanza, anche se ogni tanto ci tornavamo sopra. La tua cucina si trasformava in un salottino, in cui chiacchierare mentre preparavamo il pranzo.

Poi ti lasciavo al tuo riposino pomeridiano e ogni volta che ci salutavamo, capivo quanto fossi stato contento della mia visita. Negli ultimi anni la memoria cominciava ad abbandonarti, ma nonostante questo abbiamo sempre passato dei piacevoli momenti.

Al compimento dei tuoi 99 anni hai voluto festeggiare con gli amici, l’invito era naturalmente scritto a mano. Ti sarai stancato maledettamente ma, come al solito, non hai mollato. Abbiamo passato una bellissima giornata, sei stato al centro dell’attenzione e quando ci siamo salutati sembravi veramente soddisfatto. Ne abbiamo parlato qualche settimana dopo, quando sono passato a salutarti e mi hai fatto vedere i regali che ti erano stati fatti.

Non sapevo che sarebbe stata l’ultima volta che ti avrei visto e parlato. Poi ho saputo da Franco che eri in ospedale. Non sono rimasto sorpreso, sapevo che prima o poi sarebbe capitato qualcosa, ma è stato molto, molto difficile accettarlo.

Tra alpini si usa dire “per non dimenticare”. Ecco, spero che queste poche righe rappresentino il mio contributo affinché questo non capiti a chi ti ha conosciuto. A me non succederà di certo!

Mandi Carlo! Con tanto affetto e gratitudine. E’ stato un privilegio conoscerti.

Paolo


Post scriptum
Cristina ed io siamo appena tornati dal tuo funerale. Ho avuto l’onore e il piacere di portare il medagliere dell’U.N.I.R.R.; non poteva esserci occasione migliore.
E’ stata una bella cerimonia, chi ti voleva bene non è mancato. Si dice sempre che gli alpini non piangono. Sarà, ma io di lacrime ne ho viste parecchie, comprese le mie.
Dopo la cerimonia abbiamo pranzato insieme a Franco e Dario; è stato un bel modo di ricordarti. Per inciso c’eri anche tu, o meglio, il tuo cappello.
Adesso ti lascio, ci sono decine di migliaia tra caduti, dispersi e morti in prigionia che vorranno conoscerti e ringraziarti per tutto quello che hai fatto per loro.
Un abbraccio. Sit tibi terra levis.